Posted by on 19 febbraio 2016

 
 
 
LA LUCE PIU’ BELLA di Tania Piazza

Sistema sbadatamente l’orlo della gonna a pieghe, si accorge che è salita troppo solo perchè non sente più caldo, su quella parte di pelle. Abbassa lo sguardo ad averne conferma, e allora apre le ginocchia che si toccano e con la mano sinistra abbassa un pezzo di stoffa nera per sembrare un po’ più a posto. Le calze scure e spesse non lasciano intravvedere nulla, le usa proprio per sentirsi sempre libera di muoversi come le pare, anche quando indossa quella gonna corta. Ai piedi, un paio di anfibi consunti, la pelle scura che il tempo ha ingrigito in alcuni punti, proprio come fa con i capelli degli anziani, lasciandoli smarriti. Le piace usare quelle scarpe, le permettono di non fare rumore, di camminare come se non passasse davvero. L’accompagnano da tempo, la fanno sentire quasi invisibile, tra gli altri. Soprattutto quando entra lì.
Ha aspettato con impazienza che si liberasse il suo tavolino – come le capita di dover fare ogni giorno – fuori dalla porta, quando arriva sempre con un certo anticipo, e se ne sta vicino alla vetrina dove sono esposte le torte giganti, intere con una fetta che sbuca fuori per far vedere cosa c’è dentro. Ormai le ha assaggiate tutte, ma non prende mai la stessa, anche se la sua preferita è la meringata con i pezzi di fragole grossi grossi messi all’interno, come fosse una stoffa candida con dei disegni irregolari di quel bel rosso forte e vivo che se ne viene fuori. Vuole variare ogni giorno, perchè con nessuna torta lui è mai tornato, e un po’ di superstizione la spinge a non mantenere le stesse abitudini se non portano a nulla di buono. Già è un’abitudine venire lì, al caffè, ogni santo giorno!
Oggi il tempo è ballerino. Per un po’ esce il sole, per un po’ se ne va, lasciando il cielo triste a piangere qualche goccia di pioggia. La gente lì dentro ha ombrelli voluminosi appoggiati ai piedi dei tavolini. Ciò la infastidisce, gli spazi sono già ristretti. La superficie del caffè è piuttosto grande, in realtà, ha una forma allungata ma stretta, due corridoi che portano al fondo, con tavolini quadrati scuri e ridotti; le torte appoggiate sopra sembrano sempre fuori scala, come se disegnate da un bambino senza il senso delle misure e della prospettiva. Le piace però, questo dover stare in poco spazio, le fa sentire il calore che si sente di solito in una casa abitata e piena di gente che si vuole bene, dove l’aroma del caffè che si diffonde per l’aria non fa che legare ancor più le anime. Il brusio di voci di vario timbro aleggia come fosse una nebbia corposa e colorata, e fa parte di quel posto. Ama starsene in pace ad ascoltarlo, è come un rumore di sottofondo grosso ma mai violento, come un fiume che scorre e che porta solo acqua buona. Ogni tanto qualche voce esce dal coro, o perchè il volume si fa più alto oppure perchè qualcosa al suo interno la rende diversa, più interessante alle sue orecchie. E’ quello che accade ora, e quindi si volta, in direzione di quell’accento sinuoso. A due tavolini di distanza da lei, una coppia. Lei ha i capelli lunghi e scuri, molto lisci. Lo sguardo è svogliato, come se fosse costretta a essere lì, contro la sua vera volontà. Sembra giovane, non come lei, ma comunque giovane. Ha delle lunghe orecchie che le danno un che di fiabesco. Gli occhi sono piccoli e ravvicinati, come lo sono quelli degli elfi… Ma è lui, a rapire il suo sguardo. E’ dalla sua bocca che esce quella melodia, discorsi che lei non capisce perchè parlati in una lingua che non è la sua, lo spagnolo, ma che la inducono a sorridere, senza nemmeno rendersene conto, così, perchè portata lontano dalla bellezza di quei suoni messi lì, uno dietro all’altro. Le labbra dell’uomo sono carnose, come se dovessero essere abbastanza forti da portare quelle parole così belle. Gli occhi scuri, che le fanno pensare al carbone, ma lucidi, non opachi. Vivi e lustri. Forse anche a lui piace quel posto come piace a lei. L’elfo al suo fianco, invece, no. I capelli, poi. Sono impomatati come ha visto in tivù, nei film di una volta. Sembrano così spessi da poterci quasi poggiare sopra qualcosa… La sua macchina fotografica, per esempio. Abbassa lo sguardo a cercare la Canon che ha appesa al collo, e la porta là sopra, con la sua immaginazione, sopra a quel prato scuro e fitto. Che strana idea, chissà come le è venuta. Le parole spagnole continuano a fluire, diventano un’onda morbida in quel fiume di rumori. Sorride ancora, e stavolta se ne accorge perchè il maitre le si avvicina con lo stesso sorriso stampato in faccia – sorriso che non gli ha mai visto prima – come se stesse ricalcando la sua espressione.
Buongiorno signorina, prego. Ogni volta che arriva, sempre la stessa frase. E’ sicuramente l’unica che usa per chiunque, lì dentro, dice signori se al tavolo sono più di uno, o signore o signora, se c’è una sola persona. Oppure signorina, appunto, quando vede lei. Dev’essere una formula corretta per non sbagliare mai, probabilmente, per non uscire mai dai canoni della sua impostazione così elegante e rigida. Per lavorare in un luogo come quello. Ordina la solita coca cola, adora come le viene servita lì. Arriva in un bicchiere alto e lungo, con un manico a tenerlo su un piedistallo. Dentro, quattro cubetti di ghiaccio – mai uno di più, mai uno di meno – e una grossa fetta di arancia. E poi due cannucce, unite come le marmitte di certe auto sportive, che quando tira su le arriva in bocca il doppio della coca, in una volta. Il cameriere gliela appoggia sul tavolo sopra un piccolo piattino d’argento, sul quale è posato un centrino di carta bianca, lavorato. Non è mai il maitre a portarle l’ordinazione, questo l’ha imparato ormai. C’è una divisione dei ruoli molto ferrea. Lui la saluta, Buongiorno signorina prego, e poi scrive. Lo rivede solo quando è ora di pagare. Allora, lo vede tornare con una specie di mini borsetta di carta che assomiglia al centrino, sulla quale c’è stilizzata la facciata del caffè e poi sotto l’indirizzo. Dall’altra parte è scritto solo Grazie, così, senza punto finale, solo Grazie. Dentro, lo scontrino. Un’altra cosa che ha imparato è infilare le banconote all’interno della borsina, ma lasciandole leggermente spuntare per farle vedere al maitre, in uno dei suoi passaggi nel locale. La prima volta è stata più di venti minuti ad aspettare che qualcuno venisse a ritirare i suoi soldi, perchè li aveva messi sotto alla borsina, e nessuno li poteva vedere. Ogni volta che il maitre le passava accanto la guardava con fare interrogativo, e lei gli ricambiava lo sguardo, i suoi occhi a chiedere a lui e quelli di lui a chiedere a lei. Alla fine, l’ha fermato e gli ha chiesto se se ne poteva andare. Le ho portato il conto, signorina, le ha risposto lui. E allora lei ha capito.
Sospira, ripensando a quella volta. La prima in quel caffè, quella in cui ha visto il ragazzo dai capelli d’oro. Lei era entrata assetata, dopo una lunga camminata in riva al fiume, tra i monumenti che le piace fotografare. Si era seduta proprio qui, dove sta oggi, e aveva iniziato a guardarsi intorno, affascinata. Poi, la folgorazione. La luce entrava dalla grande vetrata e nemmeno le pareti di velluto rosso scuro riuscivano a smorzarla. Rimbalzava sul color del grano dei capelli di quel ragazzo, e illuminava ogni cosa come se vivesse di vita propria, come se fosse un’entità irreale. Le pareva di aver visto la porta del paradiso. Ricorda che, dopo aver guardato l’ora per imprimersi bene nella memoria quel momento – erano le cinque e ventisei – e dopo essersi chiusa da sola la bocca rimasta aperta per lo stupore, aveva immediatamente preso in mano la Canon e aveva inquadrato la scena attraverso il suo obbiettivo. Così, sfacciatamente, senza pudore, e aveva iniziato a scattare. Il rumore della Reflex si sentiva, non c’era molta gente, insolitamente, quel giorno. Probabilmente usciva dal brusio di sottofondo. E allora lui l’aveva guardata, con uno sguardo che non ha più dimenticato. Senza domande negli occhi, non come quello che il maitre le avrebbe rivolto di lì a poco, per la questione del pagamento del conto. Niente, solo un paio di occhi puliti, chiari, senza nessuna pretesa. E poi, le aveva sorriso. Lì, le era venuto un colpo, cose da infarto, insomma. La macchina le era scivolata di mano, e per fortuna che ha l’abitudine di tenerla al collo con il suo laccio, altrimenti sarebbe rovinata a terra, e chi l’avrebbe poi detto a papà se si fosse rotta. Era rimasta così, rimbecillita, a guardare quel sorriso e quel campo di grano sulla sua testa, col collo pesante dal quale penzolava la Canon e la sua schiena giù, per l’impatto inaspettato. Ed era così che lui l’aveva vista per l’ultima volta, prima di uscire. Sì, perchè si era alzato, elegantemente e con molta calma, e se n’era andato. Fine di un idillio, insomma.
Probabilmente è stato per quello che poi non ha più capito niente, ed è rimasta mezz’ora a giocare a rimpiattino con lo sguardo del maitre prima di capire che quello voleva solo i suoi soldi per la coca e la torta… Lo guarda ora, mentre le svolazza attorno con le code della sua marsina nera che si muovono come quelle di una rondine in volo, e pensa che è giovane. Non quanto lei, quello no, ma è giovane. Chissà se ride mai. Ora se ne sta al tavolo dello spagnolo, aspetta i soldi con quel suo modo di fare che fa sembrare la cosa più naturale del mondo starsene lì impalati, vestiti come pinguini, ad aspettare che qualcuno ti dia dei soldi per dirgli Grazie signore. Ha della classe, bisogna ammetterlo. Pensandoci, le viene in mente che non l’ha mai fotografato. Viene lì ogni giorno da mesi, ormai, e non le è mai passato per la testa di fare una foto a lui o a uno dei suoi camerieri, con la giacchina corta e senza coda, come se avessero ancora da imparare, loro, dalla vita, e la coda probabilmente si allunga solo in base al grado del sapere. Istantaneamente, si mette una mano sul sedere, come a cercare la sua, di coda, senza trovarla… Allo stesso modo, non ha mai fotografato nemmeno le pareti bordeaux, quel battiscopa a terra tutto dorato che ogni tanto sembra emanare bagliori. E nemmeno i quadri, tanti, diversi, di varia grandezza e forma, appesi a quelle pareti. Anche se hanno la loro luce, che è bella sì, ma non è mai uguale alla luce di quel campo di grano con il sorriso sotto. E nemmeno le cornici con dentro documenti e pezzi di storia d’Italia, che in un caffè come quello sono sparsi dappertutto. Come quelli che vede nei libri di scuola. Ma niente, lì dentro, ha la stessa forza, per lei.
Sospira di nuovo, e guarda l’ora sul suo orologio da polso. Manca una ventina di minuti. La torta che ha ordinato oggi non le è ancora arrivata, ha scelto quella con la glassa e le nocciole dentro. Deve sempre aspettare molto per avere le sue torte. La coca, quella arriva subito. Ma le torte… C’è il tipo che sta al banco, di fronte all’ingresso, che ha due strani baffetti scuri e anche le basette ai lati delle orecchie. Porta un paio di occhialini stretti, rettangoli che gli incorniciano gli occhietti spenti e piccoli. Le è davvero antipatico, e crede che l’antipatia sia reciproca… Mai una volta che le sorrida quando se ne va. E nemmeno quando entra! Si limita a starsene in quel suo regno di pochi metri quadrati, a tagliare le torte della gente e a mettere i tramezzini sui piatti. Grandi tramezzini con il pane giallastro, avranno qualche farina particolare. E tanta roba dentro. Sproporzionati anche loro, su quei tavoletti piccoli. Però, a essere onesta, non è proprio colpa sua se la torta le arriva tardi. Anzi, a dire il vero, è proprio l’unico lì dentro a muoversi con una certa velocità… Forse, è proprio per questo che non sorride mai. Almeno a lei. Comunque, il fatto è questo, che lui taglia le fette di torta e le pone sui piattini con i ghirigori dorati. Non sa nemmeno come fa a farle stare in piedi, quelle fette, tanto sono alte e ciccione. E’ proprio bravo, bisogna dirlo. Insomma, lui taglia, impiatta e poi posa il tutto su una parte del banco che sta a lato, lontana dalla gente che passa, altrimenti probabilmente qualcuno potrebbe anche alzarsi a prendersi l’ordinazione da solo, visto i tempi di attesa. Poi, appunto, il problema sta proprio lì: lui fa il suo lavoro, e lo fa veloce e bene anche se senza sorridere mai; poi dovrebbe iniziare il lavoro degli altri, e lì inizia il calvario. Ha visto panini restarsene anche cinque minuti ad attendere la buon’anima di un cameriere. Panini che poco prima fumavano perchè appena usciti dal grill e poi poco a poco perdevano l’alone sopra, fino a divenire, probabilmente, freddi. La mozzarella riscaldata e poi raffreddata proprio non le piace. Ecco perchè prende sempre le torte, lì dentro. Quelle almeno non devono essere riscaldate e non corrono quindi il rischio di rimanere a raffreddarsi sotto i suoi occhi. La sua preferita, addirittura, cioè la meringata, diventa più buona se tenuta un po’ lì.
Guarda di nuovo l’ora, dieci minuti. Allora fa il suo solito giro in bagno. Si alza e si sente una regina mentre percorre il lungo corridoio, senza fare rumore, con gli anfibi che fluttuano sulla palladiana colorata. La gente ai tavoli la guarda passare, attirata sempre dalla grossa Canon che ha al collo. Probabilmente perchè muovendosi emette un sacco di luccichìo. O forse perchè è davvero grossa, addosso a una ragazzina come lei. Molti credono che sia più grande, solo perchè gira da sola e ha il permesso di spendere i suoi soldi – i soldi che le dà papà; ma in effetti non le importa molto di ciò che crede la gente. Lei è solo innamorata della luce, e vaga ogni giorno alla ricerca di quell’attimo irripetibile da fotografare. Comunque, adora andarsene in quel bagno. E’ in fondo ai due corridoi, dopo una spaziosa anticamera che ha degli specchi antichi appesi alle pareti, e uno scalino che fa scendere il passo con dolcezza, per avvicinarsi alle porte delle due toilette. Ma ciò che le rende davvero speciale quel viaggio è la signora che sta sull’uscio di quella piccola stanzetta. Come se fosse una fata che fa entrare in un mondo diverso, staccato, incantato. Ha un tavolino in un angolo, più spazioso dei tavoletti che stanno dentro al caffè. Sopra c’è un centrino come quello sotto alla sua coca, solo più grande, molto più grande. Vi è appoggiato un bello scrigno di legno vecchio, rossastro, con una chiusura di metallo. L’ha sempre visto con la bocca spalancata, e dentro ci stanno gli spiccioli che le persone posano, uscendo dal bagno. Insomma, la fata, la signora vestita di nero con un grembiulino bianco in vita, la saluta sempre con un sorriso timido e discreto, Buongiorno signorina, le dice, ma non lo dice come fa il maitre o come fanno i camerieri, lo dice come se Signorina fosse il suo nome, perchè è come se la conoscesse da sempre e la accoglie con un calore che le ricorda ancora quelle case piccole dove tutti si vogliono bene. Ha una erre morbida meravigliosa, molto francese, che la accarezza ogni volta che l’ascolta. Poi, quando se ne esce dal bagno, quando ha fatto pipì e si è lavata le mani, Grazie signorina, le dice, mentre lei posa la solita moneta all’interno dello scrigno, ed è come se ogni giorno posasse un sogno dentro a quella scatola magica. Lei se ne va contenta, e la fata le sorride dicendole con gli occhi Ci vediamo domani.
Torna al suo tavolo allungando il passo, non si è accorta che ha perso un po’ più tempo a lavarsi le mani, oggi. Dopotutto, ieri non c’era quel sapone al mughetto, devono aver cambiato gusto le donne di servizio stamattina, pulendo e rimettendo ordine. Questo non lo aveva mai provato, fino ad ora. Fa una schiuma gradevolissima e quasi grassa, che a fatica si fa togliere con l’acqua. Comunque, è arrivata. Ora nervosamente ridà uno sguardo all’orologio, mancano due minuti. Afferra la Canon e comincia a inquadrare l’angolo del tavolino di fronte, in fondo. Il signore che c’è seduto da quando è arrivata lei non si è ancora alzato. Ma tant’è. I primi giorni stava male, voleva assolutamente che quel posto fosse vuoto, libero per i suoi occhi e il suo obbiettivo. Poi, ci ha rinunciato. Ha capito che è praticamente quasi impossibile che alle cinque e ventisei di ogni giorno sia libero. Quindi, fotografa ugualmente. Tanto, quello che le interessa non è più lì. Non per il momento, almeno. Non per oggi. Quindi, mette a fuoco concentrandosi. Abbassa un pochino la testa e i capelli le ricadono sugli occhi; sono lunghi e si posano sull’obbiettivo, coprendolo in parte. Infastidita, li sposta con la mano destra. Sta lì, ferma così, mentre il signore se ne accorge e la guarda incuriosito. Che fai ragazzina?, le chiede. Ma lei non può rispondere, non in questo momento. Sono le cinque e ventisei e non può perdere l’attimo! Scatta una due tre quattro volte, una di seguito all’altra, come una persona quando è alla ricerca di qualcosa e non si stanca, subito. Ma poi, dopo un po’, dopo che vede che quello che cerca non c’è, allora un po’ si stanca, e si intristisce. Così succede a lei, ogni giorno ormai, da quel quattro di marzo. Scatta le prime foto con la speranza di vedere ciò che cerca, e poi piano piano gli ultimi click sono rassegnati, e la portano a chiudere l’obbiettivo, ad alzare il capo, guardare con occhi più spenti quel tavolino d’angolo, e poi posarsi stancamente sullo schienale del divano dietro di lei, di velluto rosso anch’esso. Da lì poi il solito iter, chiede il conto al cameriere, torna il maitre, porta la borsina di carta bianca, lei ci infila dentro le banconote un poco fuori, attende il resto e se ne va.
Qualcosa deve esserci di diverso oggi, però, se poi, camminando per le vecchie vie, si rende conto di non aver nemmeno mangiato la torta alla nocciola. Quei camerieri inefficienti. Oggi l’attesa si è prolungata troppo, è andata oltre la sua allegria e la sua speranza, quelle che ogni pomeriggio la portano dentro al caffè. E’ andata oltre, fino all’arrivo della delusione che ogni giorno la porta fuori da quello stesso caffè e la fa arrivare a casa stanca, a scaricare le foto appena scattate sul suo computer, a scegliere quella che più le pare rappresentativa, a stamparla con la sua stampante a colori e a riporla all’interno del librone verde pistacchio, alla pagina dedicata a oggi. L’attacca, e sotto, come ogni altro giorno le capita di fare, scrive la data. Oggi scrive Ventisette maggio.
Quando chiude il raccoglitore, lo sguardo si posa sul titolo che ha scritto qualche mese fa con un pennarello indelebile, dorato come la luce di quel campo di grano con sotto il sorriso più bello del mondo. “Caffè Garibaldi, cinque e ventisei. Ogni giorno, alla ricerca della luce più bella”.

Tania Piazza ©2015

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PH. IVANO MERCANZIN