Posted by on 11 dicembre 2016

 
 
 

Il corpo, la morte e l’immagine di Sarah Poli

On Being an Angel

Questa storia inizia con un volo… il volo di una ragazza di 23 anni dal quinto piano di un edificio del Lower East Side a New York.

Era una fredda giornata di gennaio e la ragazza aveva deciso di sconfiggere così il proprio demone interiore, togliendogli la possibilità di governarla ancora una volta; per un certo periodo di tempo non si era fatto più vivo e la ragazza era stata serena, il sorriso era tornato sul suo volto e con esso la fiducia nel futuro, un futuro che l’avrebbe finalmente accolta per ciò che avrebbe voluto essere: una grande fotografa, una grande artista. Poi però il demone era tornato, e questa volta aveva vinto.

Pochi giorni prima del grande salto, la ragazza aveva finalmente pubblicato il suo primo libro; questo avrebbe dovuto darle la forza di continuare, ma così non è stato. Troppi i rifiuti da quel mondo artistico che con tutte le forze aveva cercato di conquistare e che ne avevano minato l’autostima, troppa la fragilità di una giovane donna che per tutta la vita era stata dominata da grandi lotte interiori, tra il desiderio di immortalità attraverso l’arte e la fine della vita terrena, tra la sessualità istintiva e l’ascesi, tra la bellezza e l’orrore da essa celato, in un ‘eterna ricerca del proprio IO fuggevole… la ragazza alla fine aveva perso questa battaglia. La ragazza si chiamava Francesca Woodman e questa è la sua storia.

Francesca nasce a Denver (CO) il 03/04/1958 da una famiglia di artisti. Suo padre George è pittore, fotografo e ceramista, la madre Betty, una ceramista.

Tra 1965 e 1966 la famiglia Woodman trascorre un anno a Firenze, dove Francesca frequenta la seconda elementare in una scuola italiana. Rientrata negli Stati Uniti, prosegue gli studi in un collegio privato a Boulder (CO) con suo fratello Charles ed è lì che inizia a mostrare un precoce interesse per il Daidaismo, l’arte surrealista e per la fotografia. Nel 1972 ad Andover, nel Massachusetts, sceglie di iscriversi all’Abbot Academy, una scuola privata per sole donne, tra i pochi licei americani con corsi d’arte. E’ però il padre George ad incoraggiare la figlia ad esprimersi attraverso quest’arte: nel 1971, a soli 13 anni, produce le prime foto (nella camera oscura del padre), tra cui il primo di tanti autoscatti che avrebbero caratterizzato in seguito la sua opera.

Nel 1975 si iscrive alla Rhode Island School of Design (RISD) a Providence, RI, dove si appassiona alle opere di Man Ray, Duane Michals e Arthur Fellig Weegee. Appartengono al primo anno al RISD le serie Depht of field, Charlie the model, Door in abandoned house, Abandoned house, Space2, Polka dots, Spring in Providence.

Durante il corso di studi al RISD, torna più volte in Italia; trascorre lunghi periodi ad Antella, in Toscana, dove i genitori avevano acquistato un casale, e a Roma, per frequentare alcuni corsi europei della RISD. In questo periodo si appassiona alle opere di Max Klinger e conosce, tra gli altri, anche Sabina Mirri, Edith Schloss, Giuseppe Gallo, Enrico Luzzi e Suzanne Santoro. Frequenta anche l’ambiente artistico della Transavanguardia Italiana. Al periodo italiano appartengono le serie Angel, già iniziata a Providence, le Eel series, la Serie del guanto e Self-deceit. Nel 1977 incontra Giuseppe Casetti, proprietario della libreria Maldoror di Roma, con il quale instaura un’intensa collaborazione artistica che scaturisce nella sua prima mostra personale. Il 1978 è un’annata particolarmente creativa per la ventenne Woodman, che espone alla Galleria Ugo Ferranti.

Nell’autunno del 1978 torna a frequentare a Providence l’ultimo semestre della RISD e nel gennaio 1979 consegue il B.F.A. in fotografia e si trasferisce a New York, nell’East Village, per cercare di perseguire il suo sogno di fare la fotografa. Sceglie di vivere in un antico e fatiscente palazzo nel quartiere industriale Pilgrim Mills, divenuto lo scenario della maggior parte delle sue foto. A novembre allestisce alla Woods-Gerry Gallery (RISD) la personale Swan Song, un omaggio a Proust, del quale legge l’opera completa. Nell’intenzione di affermarsi come fotografa sperimenta anche la fotografia di moda, ispirandosi al lavoro di Deborah Tuberville, tra gli autori ai quali manda i suoi dossier, ma senza successo.

Nel 1980 riesce comunque a divenire ”artist-in-residence” alla McDowell Colony dove continua a promuovere i suoi portfolio, ma ancora una volta senza successo. Nel corso dell’anno partecipa a due mostre collettive presso la galleria newyorchese di Daniel Wolf, dove conosce i critici Peter Frank e Max Kozloff e il collezionista di opere surrealiste Timothy Baum, ai quali tra gli altri propone i suoi lavori, puntualmente ignorati. Nell’autunno del 1980 avviene il primo tentativo di suicidio, all’età di 22 anni; in seguito a questo evento, Francesca viene convinta dai suoi genitori a tornare a vivere con loro, a Manhattan, ma nonostante qualche miglioramento, continua a soffrire di depressione, in parte dovuta ai continui fallimenti lavorativi. Cerca persino di ottenere un finanziamento dalla National Endowment for the Arts, ma la richiesta viene respinta.

Il 19 gennaio del 1981, poco dopo la fine della sua storia d’amore con il suo compagno Benjamin Moore e pochi giorni dopo la pubblicazione del suo unico libro, “Some Disordered Interior Geometries”, uno dei sei quaderni fotografici progettati durante il soggiorno romano, si getta da un edificio del Lower East Side.

Oscuri i motivi di quel gesto: sicuramente la malattia psichiatrica, il non sentirsi compresa nel suo lavoro, la forte nostalgia per gli anni trascorsi a Roma, la paura del tempo, il voler preservare la sua arte in eterno; forse, pur nelle sue inquietudini, sentiva di aver raggiunto la perfetta compiutezza di donna ed artista e da quel momento in avanti le cose avrebbero potuto solo cambiare in peggio… come lei stessa ebbe a dire “Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate “.

Scattered in space and time

La sua morte precoce e la modalità con cui si concluse la sua esistenza rappresentano senz’altro uno dei principali elementi di fascinazione nei confronti di una donna che fu al contempo fragile e tormentata, schietta e creativa, ironica e sensuale.

Pur ignorata in vita è stata infatti celebrata dopo la morte, e si può ora considerare una delle artiste più amate dalla critica fotografica. Dalla seconda metà degli anni ‘80 la sua opera ha cominciato ad essere studiata e discussa: la prima retrospettiva risale al 1986 (alla “Hunter College Art Gallery” di New York). Altre mostre sono seguite a quella, facendo conoscere ed amare questa artista a tutto il mondo; le prime esposizioni europee si sono svolte nei primi anni ‘90. Nei decenni successivi le sue opere sono state esposte nei musei e nelle gallerie più importanti del mondo, dal Guggenheim al Museum of Modern Art solo per restare a New York, ma anche a Berlino, a San Francisco, Parigi, Londra, Boston, Città del Messico, Chicago, Miami, Roma, Montreal (solo per citarne alcune).

La sua eredità è ora gestita dai genitori; molte delle sue opere si trovano alla “Marian Goodman Gallery” di New York.

Nonostante la sua breve vita (e la altrettanto breve carriera fotografica, solo 8 anni) fu un’artista prolifica, con 10000 negativi e più di 800 stampe, delle quali solo 120 sono state pubblicate (in raccolte) o esibite in mostre.

Si tratta per lo più di classiche stampe alla gelatina d’argento (anche se la giovane artista ha sperimentato altre tecniche); sono piccole fotografie, non più grandi di 20 x 25 cm, spesso prive di titolo, riconoscibili solo attraverso la data e la location, raccolte in serie tematiche, in relazione a specifici arredi scenici, luoghi o situazioni.

Le sue foto mostrano varie influenze: simbolismo, concettualismo, fotografia fashion, pittura gotica, ma soprattutto surrealismo, poiché è manifesto in esse il desiderio di spezzare il codice delle apparenze e per la volontà dell’artista di non fornire spiegazioni sulle proprie opere, così come da tradizione surrealista e proprio a quelli di due surrealisti in particolare, Hans Bellmer e Man Ray, che vengono spesso paragonati i suoi lavori. Foto senza titolo e senza spiegazione, ma nulla era lasciato al caso: dietro ad ogni scatto vi era uno studio ossessivo e maniacale della composizione scenica, come se la ricerca dello scatto perfetto fosse un problema matematico. L’attenzione alla costruzione formale della fotografia si traduce quindi in “un’equazione” da risolvere. Non a caso il libro “Some Disordered Interior Geometries” è composto da una serie di fotografie che si relazionano ai precetti di un vecchio libro scolastico di geometria in forma di elaborazioni concrete di concetti ideali. Da un punto di vista tecnico, usava in gran parte esposizioni lunghe o la doppia esposizione e il soft-focus.

Ma cosa fotografava Francesca? In primo luogo se stessa (sosteneva di scegliersi come modella perché sempre disponibile); appariva infatti in molte delle proprie fotografie e il suo lavoro si concentrava soprattutto sul suo corpo e su ciò che lo circondava (più raramente fotografava il suo compagno Benjamin Moore o le sue amiche, in particolare la fotografa Sloan Rankin Keck): e proprio quel corpo, spesso nudo o seminudo, era mostrato e al contempo nascosto, all’interno di un armadio, dietro la carta da parati, avvolto nella plastica o in altro materiale, circondato da uno scenario spoglio, minimalista, claustrofobico, quasi desolato, a volte all’esterno, ma molto più spesso l’ambientazione è il vecchio appartamento in cui vive. E lo scenario riveste un ruolo da protagonista in tutte le sue opere, apparendo sempre nitido e ben definito, mentre il suo corpo spesso è mosso, sfocato oppure confuso con l’ambiente circostante, quasi assorbito ed annullato, come fosse una presenza fantasma.

Centrale nei ritratti di Francesca è il suo rifiuto di rimanere immobile; sosteneva che le fotografia ferma fosse una fotografia morta. Per esempio, la foto che la ritrae mentre attraversa una lapide, scattata tra il ‘72 e il ‘75 (tra i 14 e i 17 anni) condensa già temi principali del suo lavoro più maturo. La lunga esposizione la fa apparire come un fantasma che striscia attraverso la tomba: interessante notare che la parte superiore della lapide è la parte ferma e su di essa campeggia la scritta “TO DIE”, mentre la parte inferiore, in movimento, rappresenta la vita che attraversa la morte stessa. Nella Angel series, ritorna nuovamente questo tema: è il tentativo di investigare la sospensione temporale tra il presente e il passato e la sospensione spaziale tra cielo e terra, come gli angeli: la fotografa diviene ancora una volta oggetto del ritratto, immaginandosi sospesa tra questo due mondi, quello terreno e quello ultraterreno, tra la propria dipartita e il proprio ritorno. Nella foto che ritrae una donna apparentemente morta stesa sulla spiaggia riflessa nello specchio retto da un’altra donna di fronte, viene messo in atto proprio il dramma della morte, sia come evento biologico sia come interpretazione culturale; lo specchio, l’acqua, il corpo steso, da un lato trascinano lo sguardo dell’osservatore dentro la scena, dall’altro aggressivamente rifiutano il suo voyerismo. Due gigli, posati a terra in modo strategico, suggeriscono l’abuso semiotico delle immagini della morte e della vergine: il tutto è eccessivamente teatrale, è la messa in scena della morte all’interno di una fotografia. E come queste appena citate, anche in altre fotografie possiamo ritrovare il tema della morte, della sua morte, come tensione oscillante tra il desiderio di essere e il desiderio di non essere, ovvero di morire. Il desiderio di essere è però distaccato dalla contingenza, è un essere a nudo e nuda spesso appare nelle sue foto, innocente e provocatoria al tempo stesso come molti adolescenti, libera e sfacciata come molte donne adulte: questo aspetto, questa rottura delle convenzioni, è stata presto accolta dalla critica femminista, che ha visto in questa giovane artista suicida un’eroina tragica della fotografia e ne ha fatto un idolo. A trent’anni di distanza, la sua arte viene ancora considerata da parte della critica sotto l’ottica del femminismo e dell’abbattimento degli stereotipi sulla donna, l’affermazione di una sessualità libera e dirompente, che trascende il genere e si fa archetipo del femminile, ma con il proprio corpo nudo Francesca non intendeva divenire una voce progressista di rivalsa nei confronti del mondo maschile e dei suoi sguardi indiscreti e pruriginosi… il suo mondo è molto più intimo e complesso, il nudo un simbolo, una metafora del “mettere a nudo” la propria anima, una costante nelle sue fotografie: fin da subito infatti ha infatti dichiarato che il fondamento di ogni immagine prodotta era la sua interiorità.

Un’interiorità vulnerabile, carica di inquietudini, che esplora temi come l’identità, la sessualità e la corporeità con intimo struggimento. Lo scatto intitolato “Polka Dots” ne è un esempio: l’espressione di Francesca è sia quella di una bambina che si nasconde, sia quella di una donna che sostiene lo sguardo, un dualismo talmente intenso da lasciare senza fiato. Il muro scrostato che fa da sfondo e i resti di intonaco sul pavimento in primo piano, riuniscono le consapevolezze del passato ai timori del futuro. Tutto ciò che conta è il presente, l’attimo in cui può rivelare se stessa davanti all’obiettivo.

L’io viene continuamente riportato nell’inquadratura, come a volerne ribadire la presenza, ma non per concessione al narcisismo, bensì come tentativo dell’artista di conoscersi divenendo essa stessa oggetto della sua fotografia. Si tratta di un io trasfigurato, il volto mascherato o annebbiato, le parti del corpo nascoste da elementi d’arredo, carta da parati, piante o sporcate di farina o pigmenti. Un io materico e presente ma allo stesso tempo assente, ancorato alla vita e alle sue pulsioni ma teso verso il non essere e la morte. Soprattutto un IO in continuo movimento, che salta, corre, striscia e si arrampica perché è proprio nel movimento che si materializza il suo il bisogno di cogliersi per non vedersi cancellato.

La propria immagine è quindi, per l’artista, sia soggetto sia oggetto, è sia presente, sia assente. Dissolvenza e presenza: un dualismo evidente fin dal principio, l’autoritratto all’età di 13 anni a Boulder (1972), con i capelli a ricoprire il suo volto di Francesca, fino ai suoi ultimi lavori a colori e ai video.

Questo io/non io, che esplora la propria identità, la sessualità e la morte, entra quindi in una scena monocromatica e surreale, dove l’architettura domestica (o una finestra, o un albero, o una lapide) diviene la quinta della rappresentazione e in essa quell’io misterioso ed esibito si fonde, ne diviene parte, come se entrasse in simbiosi con il mondo, dando vita ad una teatralità complessa, ora struggente, ora malinconica, ora provocatoria, dove il protagonista tende a dissolversi, mentre la scena appare in superficie. Ma lo stesso spazio scenico, perimetrato e claustrofobico apre ad una dimensione interiore: sui ritratti acefali, le immagini sfocate, i corpi mascherati va in scena l’immaginario.

La presenza, l’assenza, il bianco e il nero, il corpo femminile non presentato come idealizzato, ma fatto dello stesso tessuto delle cose, l’inquietudine, la luce modulata con attenzione a rendere il soggetto/oggetto trasfigurato, scuotono l’osservatore nel profondo, lo attraggono e lo respingono, quasi fosse accusato di vojeurismo, mentre si avvicina quelle piccole immagini potenti, creando con loro una forte intimità, come stesse spiando dalla serratura le peripezie esistenziali di quella giovane donna eterea e carnale, fragile e tormentata.

Le immagini restano però un enigma, il loro significato più profondo oscuro; Francesca se n’è andata per sempre, lasciandocele come epitaffio, ma portando con sé i suoi misteri e le sue inquietudini.

“Il mondo dell’arte ti dimentica se vai via per cinque minuti” scriveva Francesca; quel mondo che l’ha scoperta troppo tardi, alla fine non solo non l’ha dimenticata, ma a 35 anni dalla scomparsa, ne celebra sempre più la grandezza.

 

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