Posted by on 8 settembre 2018

 
 
 
PROMETTO”
“Υπόσχομαι”
Fotografie di
ALEXANDER DIMITRIOS PAPADOPOULOS
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di Ivano Mercanzin 

Alexander ha 21 anni frequenta l’Accademia a Venezia ed è alla sua prima mostra. Ma osservando le sue fotografie ci si rende conto che sono immagini mature frutto di una ricerca interiore che porta l’autore a porsi domande esistenziali profonde. Chi sono? Da dove provengo? Quali sono le mie radici? Come è il mio rapporto con gli altri e con me stesso? Cos’è la donna per me? E molte altre. Il padre di Alexander, greco, viene raffigurato nelle fotografie anche insieme all’autore quasi come un passaggio di testimone o una visione trasferita dall’uno all’altro. Come nel dittico in cui quasi identici con nello sfondo un chiaro rimando alla grecità, intravediamo una conversazione silenziosa tra generazioni tra assonanze e disarmonie. La scelta del curatore Robert C.Phillips dei trittici l’ho trovata di grande effetto, è un racconto a più voci per descrivere e approfondire attraverso un linguaggio multiplo le sfaccettature dell’animo umano. Ecco quindi in un trittico il forte richiamo a Francis Bacon con quelle figure in movimento ai bordi della vita o con una citazione di Francesca Woodman in quella sposa che danza nella natura. Un autoscatto poi mi ha fatto venire in mente la copertina del libro di Giordano,“La solitudine dei numeri primi”, quasi come un rimando al tema mentre alcuni autoscatti dell’autore li ho trovati di forte impatto emotivo come quello sulla vasca da bagno, quasi un’idea di purificazione o di passaggio attraverso l’acqua ad un livello spirituale più elevato, un nuovo battesimo ben espresso nel video che scorre nel monitor. Ma una foto mi ha colpito in particolare , è l’esposizione multipla di 8 foto composte insieme che riprendono l’autore inerme e indifeso nella sua nudità in una stanza che è lo stesso luogo della mostra che diventa qui soggetto e oggetto. Questa immagine ha evocato in me un contemporaneo San Sebastiano trafitto da frecce di luce ma pronto per nuove rinascite , nuove epifanie. Ed è questo l’augurio che rivolgo ad Alexander di continuare in questo percorso che ha così ben iniziato per approdare in nuove isole e nuovi luoghi in cui la scoperta di sé diventi un messaggio universale che aiuta anche noi osservatori a comprendere meglio noi stessi.

 

di  Robert C.Phillips 

Intraprendere un viaggio, portare le nostre convinzioni e certezze al di là del mare. Crescere nell’attesa che qualcuno ci porti, nuovamente, al conforto del luogo di cui il ricordo si va spegnendo, la certezza di un porto sicuro. È un percorso iniziatico di cui però bisogna cercare il bandolo ma di cui anche la proverbiale matassa è celata. Fatto questo basilare se si vuole comprendere l’opera di Alexander. Se alcune suggestioni si possono rintracciare nelle sue origini greche esse poi vengono tradotte in vario modo nella iconografia più propriamente “continentale” eppure il filo conduttore è più sicuro rispetto all’esteriorità dell’immagine tradizionale e di certa “Arte” oramai esanime nella sua continua involuzione. Ma quel filo non si rompe, ne potrebbe, pena l’isterilimento, l’essiccamento, lo spegnersi al già visto. Quel filo continua, nutrito e affilato da continue rifusioni e ispessimenti dati dai punto-e-a-capo del suo apprendere, suggestionato e portato come su un alta collina, un frammento di terraferma, da cui esplorare e rivedere la strada percorsa. L’immagine rappresentativa della sua opera attuale risulta affascinante, ma quasi senza comprenderne il perché. Nella sua semplicità è l’immagine multiforme e sfocata di un movimento scomposto, ma contenente una geometria intrinseca che riporta alle figure classiche. Un uomo dalle molte braccia e gambe le cui movenze danzano nelle tre dimensioni, muovono, guidano e portano nello stesso tempo, quasi una una versione “battriana” di un capitello votivo in cui il tempo dilatato, ridotto sfrontatamente a mero motivo decorativo è tuttavia di inequivocabile discendenza greca. Trova le sue radici nell’opera Platonica, nel suo Simposio e nel mito dell’androgino dove: “…da questa divisione in parti nasce negli umani il desiderio di ricreare la primitiva unità, tanto che le “parti” non fanno altro che stringersi l’una all’altra, e così muoiono di fame e di torpore per non volersi più separare…”. La trasparenza dell’immagine risulta assoluta, ma di particolari precisi e nitidi, quasi cesellati: eppure essa appare e realizza questa sua spazialità avvolgente, invalicabile e lunare, che non è un fenomeno ma si produce nel fenomeno. Sono i movimenti, questi, della sazietà del viaggio, in cui le ore sembrano un traguardo senza fine.

 di M.L.Ferraguti (La Domenica di Vicenza)
Non è più il tempo per il giovane Alexander Papadopoulos di scattare foto per impulso ma è giunto al momento di trasferire l’innato interesse per l’immagine in bianco e nero nella fotografia artistica unendo così la passione iniziale ai recenti insegnamenti conquistati all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Nella mostra dal titolo “Prometto” i soggetti delle fotografie, accanto al suo volto sono figure maschili e femminili; quasi sempre l’attenzione di Papadopoulos è rivolta al corpo umano, che pur nella diversità delle figure e degli ambienti evoca, per le radici greche e italiane, l’ideale classico.“Se c’è una cosa che mi viene più naturale è quella di esprimermi attraverso le mie foto. Sono curioso, alla ricerca dell’attimo perfetto e credo che ogni cosa mi si presenti davanti agli occhi debba essere colta” afferma. Così nel suo autoritratto dietro un ramoscello nell’immagine fissa non vede il suo volto, ma se stesso attraverso lo sguardo. Uno sguardo che tramite l’obiettivo della macchina fotografica privilegia la bicromia tra il bianco e il nero, rinvia al suo ritmo nelle figure, gradua l’intensità della luce: luce che evidenzia, da indice semantico, con le differenze, gli stacchi temporali. Papadopoulos sperimenta la duttilità della macchina fotografica che lo porta a “…interrogarsi fino a che punto il suo ideale estetico può spingersi” scrive Robert C. Phillips nel testo di presentazione della mostra. Ecco quindi il movimento di alcune figure, lo slittamento delle forme in nuove immagini fino all’inconsistenza del corpo: sono gli attimi della perdita dell’energia, per evolvere in ombre leggere e fuggevoli, nell’assenza.
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