Posted by on 15 giugno 2016

 
 
 
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Villa La Cordellina (Montecchio Maggiore-VI) – mostra di Ivano Mercanzin : VENEZIA VISIONI E ILLUSIONI

A spasso per Venezia di Tania Piazza 

Si chiama Giacomo, come mio nonno, che non ho mai conosciuto. Mi chiedo spesso come si possa definire – mia – una persona con la quale non si è mai parlato. Nessuno scambio di opinioni, nessuna condivisione di tratti di vita. Niente che faccia sì che circoli nel mio mondo. Eppure, Giacomo era Mio nonno. Così mi hanno detto. E questo signore che mi guarda con l’anima in mano si chiama come lui, me lo sento. Ci stiamo scambiando uno sguardo, in effetti, anche se io sto al di qua di una cornice e lui ci vive dentro… quindi la condivisione c’è. E forse, a volte, è molto di più di quello che succede tra compagni di vita. Le mie coinquiline, per esempio. Viviamo un sacco di cose, insieme. Il lavarsi i denti alla mattina. Lo spazio ristretto del cucinino. Il divano raffazzonato. I programmi alla tivù. Ma chi, chi di loro mi ha mai guardato in questo modo? Eh sì, caro Giacomo, il tuo sguardo mi è penetrato a fondo, mentre davo un’occhiata veloce a tutte le opere di questa esposizione. Temo che da questo momento tu sia la persona con la quale ho condiviso più cose. Anche le tue dita non se ne stanno zitte. E forse le sentono anche i due tipi seduti poco più avanti. Lui ti guarda da sotto i suoi occhiali scuri, lei invece non ne ha il coraggio, forse. Oppure, semplicemente, non sente ciò che sento io. Non è musica, ciò che esce dalla tua fisarmonica. Anche perchè hai smesso di suonare, da quando ti sto a guardare. E’ vita, la tua. Immagino i campi che ti hanno segnato quelle dita, e l’alzarsi presto alla mattina, quando il resto del mondo ancora dormiva. Il prendersi addosso il freddo, quello che tagliava. E la pioggia, quella che ti faceva affogare dentro. E alla fine delle ore di ogni giorno, quando la schiena non pareva più appartenerti, il sedersi, finalmente, su quella seggiolina di plastica bianca, proprio come questa. Nell’angolo della cucina che guardava fuori, perché almeno le tue note potessero andarsene. Tu e la tua fisarmonica. Una purga. Un rendere grazie a quel Dio che ti faceva bestemmiare, di giorno, ma che ti ricompensava, la sera. Grazie, mio Signore, per la gioia che mi danno tutti i nuovi giorni. Sono io, che non capisco, povero contadino. Mi sento stanco dentro, quando abbasso la schiena sui piselli che devo curare, quando lego le viti per farle crescere meglio, quando zappo la mia terra scura per creare nuovi spazi. Ma so che poi, a sera, ogni sera, riesco a renderti grazie, perché tutti i gesti che compio ogni giorno guardano a domani. E così, so che tu mi vuoi tenere qui ancora, per questo.

Ora, osservandoti, sono io che ringrazio te, contadino Giacomo. I tuoi occhi mi hanno fatto pensare a ciò che costruiamo, a ogni ora. Rivedo il cucinotto con le ante sbiadite, il divano raffazzonato, lavato e rilavato inutilmente. Penso che anche loro, a modo loro, parlino la tua stessa lingua. Quella del domani che verrà, dell’esserci oggi, per costruire un giorno nuovo. Il mio sguardo molla per un attimo il tuo, e cade a terra, dove la tua ombra enorme si è stesa comoda, sugli scalini. Sembri così piccino, al suo confronto. Ma lei, lei ha capito tutto. La tua proiezione a terra parla, come i tuoi occhi e le tue mani. Sei grande, Giacomo. Vorrei, un giorno, poter avere un’ombra come la tua.

 

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foto di Ivano Mercanzin – Venezia