Posted by on 16 ottobre 2016

 
 
 

Al riparo di Tania Piazza

Non mi volto a guardarti, so già quello che vedrebbero i miei occhi. Mi nascondo, invece, affondando lo sguardo tra le righe sottili e fitte di questo quotidiano che fatico a leggere, sforzandomi ogni volta di esserne interessato. Quando arrivi, è la prima cosa che mi dai, ancor prima del bacio e dell’abbraccio che mi sogno da ore. Attimi effimeri, quelli, che sembrano solo un contorno dovuto alla consegna del giornale. “Eccolo, papà, so che lo aspettavi”, e poi ti avvicini fugace, le tue braccia che ricordo ancora piccole e sottili, i tuoi capelli che mi solleticano il volto quando ti chini per sfiorarmi con le labbra le guance vuote, scavate dal tempo. Scorgo, a volte, un lampo che brilla di bianco, sulla tua testa. Allontano sempre il pensiero che sia un altro segnale degli anni che avanzano; preferisco vederlo come un difetto dei miei occhi, quelli sì che son vecchi ormai. Sai, mi incaponisco alcuni pomeriggi, quando mi metto davanti alla tv a guardare i programmi sportivi. Lo faccio proprio per farlo passare, questo tempo da solo, quello senza i rumori e i suoni della vita, le risate e i racconti che immagino tu porterai con te quando mi verrai a trovare col giornale. Mi incaponisco a pensare che quello che c’è di vecchio dentro a me non mi appartenga. Non li voglio, questi occhi che vedono fili bianchi tra i tuoi capelli d’oro. Non voglio queste braccia, che vanno a rilento quando vorrei trattenere le tue attorno al mio collo, e invece rimangono indietro, come spossate, mentre le tue, dopo appena due secondi, se ne tornano giù, vicino al tuo corpo, lasciando spazio e vuoto attorno al mio. Non voglio nemmeno queste gambe, che faticano a camminare al tuo passo, e ti fanno spazientire di nascosto, per non farmi stare male. E poi, lo sai, non voglio nemmeno questo cuore anziano e testardo, perchè è da lui che parte il rifiuto a guardarti e a parlarti, ora che sei seduta accanto a me su questa panchina. E’ un cuore usato, che non funziona più come una volta; mi mette in imbarazzo ma non so come fartelo sapere. Perde acqua, che poi esce dagli occhi, ma io lo ignoro, e allora fingo di leggere queste righe sottili del quotidiano, mentre tu, stanca, ti assopisci al mio fianco. Poi, quando sento il tuo respiro farsi regolare, alzo lo sguardo in alto. L’albero che ci fa ombra ha gli stessi anni tuoi: ho fatto una sorpresa alla mamma, il giorno in cui sei nata, e l’ho piantato, dandogli il tuo nome. Giusto vicino all’altro, che invece porta il suo. Le mie due gioie, le mie due rose. Ciò che rimarrà.

Verrà un giorno, in cui arriverai e troverai solo loro ad accoglierti: sarà come essere allo specchio, per te, la tua anima e quella della mamma riunite ad accoglierti, e a vegliare. Non ho mai voluto piantarne un terzo, ho sempre pensato che la forza del mio spirito sarebbe stata in più, qui. Talmente belle e grandi le vostre auree, non avrai bisogno di me. Sei tu, invece, a darmi modo di andare avanti, ora. Ogni pomeriggio, quando sento avvicinarsi il momento, passo prima per il bagno. Mi affaccio sopra il lavandino, a osservare la mia immagine: mi sistemo un po’ l’argento che ho in testa, e poi faccio le prove: alzo un po’ gli angoli della bocca e gli occhi mi si socchiudono. E’ allora che sussurro: “Ciao amore mio, sono felice che tu sia qui. Non faccio che aspettarti, a tutte le ore. Mi sembra sempre di sentirti ancora in giro per la casa, i tuoi piedini leggeri che corrono di stanza in stanza, le tue risa grate e meravigliate davanti alla grandezza della vita. Poi, però, mi rimbomba nelle orecchie un enorme silenzio, e mi rendo conto che non sei qui, e non sei più la mia piccina. Mi manchi sai. Mi manca la mamma. Mi manca la vita. Ecco perchè ti aspetto a tutte le ore. E adesso che sei qui, sono finalmente felice”. Le dico tutte d’un fiato queste parole, perchè vanno da sole ormai, le ho forgiate nel tempo e mi sembrano le più oneste. Me le preparo davanti allo specchio perchè fanno un po’ fatica a salire per la gola; le devo allenare, allenare, allenare tutti i giorni. Fino ad ora non ci sono riuscito ancora, ma non perdo le speranze. Anche adesso, finchè ascolto il tuo respiro regolare, penso che mi piacerebbe svegliarti e dirtele. Vorrei liberarmi, perchè non vale davvero la pena tenersi dentro tanta verità. Ma poi, lo sai cosa mi blocca? E’ il pensiero che tu sia così stanca. Che tu, ogni giorno, poco dopo il tuo arrivo, dopo avermi dato veloce il giornale, un leggero abbraccio e un bacio che mi pare sempre troppo corto e sempre più breve, ti sieda su questa panchina, sotto il tuo albero, appoggi il gomito al legno e il tuo viso alla mano, guardandomi leggere. E poi, subito dopo, io senta il tuo respiro regolare. Sei tanto stanca, tesoro mio, e non voglio svegliarti. Mi pare che tu stia bene, qui, che tu venga per trovare un po’ di pace, al riparo, sotto l’ombra delle nostre anime: quella della mamma, che fa muovere dolcemente le foglie del suo albero per mandarti una carezza, e quella mia, che arranca qui vicino senza saper proferire parola. Ma se sapesse farlo, ti direbbe “Ciao amore mio, sono felice che tu sia qui”.

Dormi serena. Io, anche oggi, aspetterò che ti svegli.

 

foto

foto di Ivano Mercanzin ©2016