Posted by on 25 gennaio 2017

 
 
 

di Marzia Casilli

Non è ancora mattino quando esco dal “Lorenz”e mentre torno a casa già me lo immagino Leo, che sta mettendo su il caffè,  per me.

Lo starà schiacciando nella moka, nonostante gliel’abbia ripetuto mille volte: il caffè non va schiacciato, deve fare la montagnola. Santodio.

Ma lui fai a modo suo. Sempre. Ed è  bello mentre segue il suo modo, come uno incontaminato che si sta preparando al mondo.

Rientrando faccio piano sulle scale, accosto la porta e lo trovo addormentato sul divano, i ricci spettinati sul cuscino, il braccio piegato dietro la testa, la bocca semi aperta,solo un filo d’aria gli passa da li in mezzo.

Lo guardo dormire così, storto, abbronzato, e assorbito nei suoi sogni giovani. Anche mentre dorme diffonde gentilezza.

Ho in mano il casco che sbatte contro il tavolo. Si sveglia. Si stropiccia gli occhi, viene fuori dai sogni lentamente.

Ho conosciuto sua madre domenica a pranzo, una donna minuta dai movimenti piccoli, ci aveva preparato le crêpes salate, il tacchino, una macedonia di frutta col gelato, sul mobile accanto alla TV c’era una foto di Leo bambino, in un largo costume a righe in piedi davanti al padre, magrissimo, i capelli corti, le labbra imbronciate, una faccia seria per un bambino, assorta, lo guardo adesso, ha la forma della testa di sua madre, l’ho notato mentre mi metteva il purè nel piatto e diceva  “prendine ancora”, e le sue orecchie piccole, i lineamenti dolci, femminili,ma gli occhi sono del padre. Non il colore,la consistenza.

Quel broncio ora non c’è più, c’è la malinconia.

– Scusa non ti volevo svegliare- dico

– Ero già sveglio, stavo solo riposando gli occhi.

Guardo l’orologio, non sono nemmeno le sei. Accendo il caffè.

– Torna a letto. – Dico

– Ti ha dato ancora problemi il motorino?

– Solo alla partenza, poi è andato.

– L’importante è che non si sia ripetuto l’episodio di venerdì. Non hai sonno?

– Il vento, te lo fa passare il sonno.

– Meglio così, visto che eri su un motorino.

Rido. Lui sa sempre farmi ridere delle mie disgrazie.

Beviamo il caffè seduti sul tavolo della cucina, tra posacenere pieni e bicchieri vuoti opachi di liquore alla liquirizia, non capisco questa nostra avversione per le sedie. O per terra o i suoi tavoli, noi. Forse, è una guerra dei giovani. Bisogna stare scomodi, perché per noi tutto è per poco.

Ma lui stai durando. Sta durando più del tempo, il tempo sta invecchiando, Leo no.

Apre un flauto al cioccolato, fa  esplodere la busta come si faceva a scuola nella ricreazione dietro le orecchie di un compagno; se lo schiaccia tutto in bocca, mastica veloce, a bocca larga, io non ci riesco. I miei morsi sono piccoli e misurati, ci metto un quarto d’ora a finirlo e lo faccio con estrema fatica. Lui sta al terzo. Il caffè è finito.

Un’alba tiepida galleggia fuori dalla finestra.

– Andiamo a letto.   Mi trascina in camera.

Sul suo comodino c’è La Noia di Moravia. Il libro è aperto a metà dal verso della copertina.

In quel romanzo ci ho abitato parecchio. Mi chiedo come Moravia avrebbe scritto di me. Di noi.

Mi stendo col vestito del lavoro e le scarpe addosso. Il letto si riempirà di brillantini e pailette. Chissenefrega.

Mi sfila piano le scarpe dai tacchi, si allunga accanto a me.

Mi abbraccia da dietro.

L’ombra pallida dell’alba illumina la stanza.

Quello tra noi è uno spazio bianco, vuoto, inesistente. Privo di ogni tensione sessuale.

– Verranno tempi migliori – dice – verranno anche uomini migliori, vedrai.

– Si. – I miei lineamenti si contraggono in sfumature incontrollate di amarezza.  La gente è terribile quando cerca di consolarti ma non sa esattamente per cosa.

– Che c’è?

– Non parliamone.

– Non vuoi mai parlare di niente con me.

– Sono solo stanca. Terribilmente stanca. Ho solo bisogno di dormire, fammi dormire, per favore.

– Tu hai bisogno di stabilità, non di questo. – Fa un gesto ampio con la mano, ed è chiaro che il suo “questo” indichi la mia vita.

Penso all’episodio della festa di sabato. A lui che aveva comprato quella camicia bianca che non era in saldo, perché ” è un bianco che gli piacerà” aveva detto. E aveva quei suoi occhi verdi agitati che gli sporgevano dall’entusiasmo. Mi teneva la mano, inquieto, nervoso nel suo completo nuovo, lo cercava con gli occhi spostando continuamente il peso del suo corpo magro da una gamba all’altra.

Alla fine siamo passati davanti al buffet dei dolci e il suo Mauro era lì in una Lacoste azzurra e dei pantaloncini al ginocchio bianchi, la figlia per mano, la moglie di spalle poco lontano, i capelli legati, un collo sottile. Una donna elegante. Bella ma di quella bellezza trasparente.

Lui ha visto Leo da lontano, ha inclinato la testa in basso, lo sguardo fisso al pavimento, si è rigirato l’orologio al polso.

Leo ha lasciato la mia mano, gli è  andato incontro a passo incerto, li guardavo attraverso il mio bicchiere di vino. Quando gli è arrivato accanto lui è passato oltre. Lo ha sorpassato senza nemmeno degnarlo di uno sguardo. Nemmeno uno schifo di ciao Leo.

Cosa avrei dato per vederlo inciampare nella piscina con tutto il suo bel Rolex da finocchio in incognito.

Leo è rimasto immobile davanti alle coppette di tiramisù.

” Non fa niente” aveva detto con un sorriso tremante ” non fa niente,noi siamo d’accordo così.”

– Senti chi parla. – Dico – Lui si fa i bei cazzi suoi, con la casa perfetta, la macchina perfetta, la famiglia perfetta,quando non ha niente da fare, se gli va,chiama te e quando ti incontra nemmeno ti guarda. È da persone equilibrate e stabili andare avanti così, no?

– Lui, almeno ti amo me l’ha detto, non come il tuo che paga a peso le parole.

– Ti amano tutti dopo una bella scopata, Leo.

– Ma sentila. E poi per me è diverso.

– Ah si? E perché?

– Non lo so, è diverso.

– Perché?

– Non lo so perché!

– Io non sono fatta per la stabilità!

– Ma per favore.

– Vaffanculo. Ma che ne sai tu. Che ne sai! Anzi, perché non te ne vai? Perché non ti levi dai coglioni, santodio?

Mi alzo, mi tolgo il vestito, mi tolgo tutto, vorrei togliermi anche da me.

Vado in bagno, cammino scalza, magra, disequilibrata dal sonno, sul lavandino c’è  il suo spazzolino azzurro, l’accappatoio di spugna arancione appeso alla porta, il suo bracciale di cuoio nero, sul mobile.

Ho sputato alla mia immagine nello specchio.

In un attimo mi sento fragile, per lui, per me, per noi. Mi assale la nausea, l’unica cosa che torni nella mia vita.

Infondo non è colpa sua, lui cerca solo di proteggermi da quello che desidero e a liberarmi da ciò che vorrei.

Torno in camera, gli stringo un dito. Solo un dito.

– Scusa-  Dico

– Scusa tu.

– Il motorino non ha avuto nessun problema venerdì, sono stata io.

– Tu?

– Io.

– A fare che?

– Ho chiuso gli occhi mentre guidavo.

– Ti sei addormentata?

– No. Ho chiuso gli occhi a posta finchè non ho sentito sfracellarmi sull’asfalto.

Non dico niente. Non dice niente. Mi abbraccia. Mi bacia il collo continua sul contorno delle mie labbra disabituate. C’è ogni volta un momento mentre facciamo l’amore, in cui mi sembra di avere la febbre, o di essere ubriaca, ci sono passaggi, rumori,confusioni, connessioni, che mi sfuggono e altri che si amplificano.

Quelli come noi non troveranno mai pace. Hanno il sangue mescolato, in fermento, che ribolle, una rivoluzione intima sempre in corso, mentre sono qua vorrebbero stare là. E appena sono là vorrebbero nuovamente tornare qua.

Noi ci amiamo Leo, forse, perché quelli che amiamo non ci amano. Le nostre solitudini hanno lo stesso peso. Una sull’altra si annullano.

E c’è qualcosa nei nostri amori impossibili  che mi ricorda lo spiare il mare da dietro le assi salmastre delle cabine, quando si era ragazzini.

Bagnati coi panini al pomodoro grondanti di olio nelle mani.

Quei frammenti azzurri tra una cabina e l’altra, da fissare, da desiderare, da riempirsi gli occhi, nonostante il mare lo si conoscesse a memoria. Ma da lì dietro aveva un’altra forma, un altro colore.

C’è qualcosa negli amori impossibili che ha a che fare con la bellezza sospesa che si vede soltanto da dietro la linea.

Una volta superata, il mare tornerà del suo colore.

E anche la vita.

– Lui non è come pensi. Non è quel tipo di uomo.-   Dico.

– Quel tipo di uomo come?

– E’ quel tipo che non cerca di portarsi a letto una anche se potrebbe, mi segui?

– E’ solo che… è troppo vecchio per te e troppo freddo e troppo sposato. E tu sei troppo bella per lui.

– Dormi scemo và-

– Sul serio, sei troppo bella per chiunque tu e ti stai sprecando. –

– Tanto ci sprechiamo tutti e sprechiamo tutto, almeno mi faccio scopare da chi ne è capace, santodio.-

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