Posted by on 4 dicembre 2016

 
 
 

di Tania Piazza

Il lungo stelo ondeggia pericolosamente a ogni gradino. Pare che la fatica che le pesava nell’anima le prime volte e che ormai ha imparato a mettere in un angolino, si riversi tutta su quell’esile piantina che tiene tra le mani. Tra l’altro, la sbilancia non poco il doverle usare tutte e due per tenere il più possibile in linea quel vasetto. Alla sua età, niente è più in equilibrio, già da tempo, senza speranza. Ogni tre passi si appoggia allora col fianco al passamano, per un breve attimo in cui rimettere in bolla la sua piccola figura, e poi riparte. I gradini sono diciotto, li ha contati così tante volte che le pare di chiamarli amichevolmente per nome, quando dentro di sè, nel silenzio della sua mente, li nomina. Uno due tre, pausa, quattro cinque sei, pausa, e così via, fino alla porta d’ingresso. Sempre, una volta arrivata lassù, le prende un leggero senso di vertigine, che non è tanto legato alla situazione in cui si trova, ma è una sensazione più ampia, una sorta di vertigine alla vita, dall’alto dei suoi ottantasette anni che, soprattutto quando viene da Maria, le sembrano abbastanza. Davanti all’uscio c’è un tappetino marrone che riempie in maniera asimmetrica lo spazio del balconcino in piastrelle chiare. Le viene in mente quel poco che ha studiato a scuola, la geometria delle immagini. Due figure una dentro l’altra, il quadrato perfetto del pavimento e il rettangolo un po’ spelacchiato del tappetino. Uno dentro l’altro, come si tengono dentro le persone, quando vuoi bene a qualcuno. Bisogna premere un campanello, che si trova a lato della porta. A volte, dopo aver ascoltato quel suono che le ricorda i tempi andati – dling dlong – ha tempo per affacciarsi alla piccola ringhiera, nell’attesa che le aprano. Deve sempre porre attenzione a quel gesto, perchè la fatica di arrivare a piedi e di salire tutte quelle scale a volte la lascia un po’ spossata, e le sale un po’ la paura di sporgersi troppo. Ma non c’è nulla da fare, non sa resistere, le piace così tanto il panorama che si gusta da lassù. Proprio lì, in quel piccolo quadratino sospeso, le torna in mente quando da giovane, quand’era bella e piena di voglia di vivere, la portavano a teatro ad ascoltare l’opera, e dai balconcini in alto le pareva di essere a capo di tutto il mondo, come sopra una nave che solca il mare, e con il vento addosso va incontro alla vita. Guardando in giù, le viene di nuovo in testa la geometria che le insegnava a scuola la maestra Giovanna. Ancora figure che si contengono, sempre con angoli, per lo più quadrati e rettangoli: il terreno ai piedi della casa è suddiviso in varie zone, campi piccoli dentro al campo più grande. L’orto è ben curato, ogni zona ha il suo colore, il verde brillante dei piselli, quello striato dell’insalata, quello più intenso delle piante di pomodoro, che si attaccano ognuna al loro paletto di legno scuro, come se salissero per mano, verso il cielo. Sassi chiari e irregolari disegnano i confini tra i vari appezzamenti, perle giganti di una collana che abbellisce il giardino. Ciò che più le piace di quel luogo è che ci sta tutto dentro al suo sguardo, senza bisogno di girare tanto il capo da un lato o dall’altro. Lei guarda, e con un solo colpo tutto è lì, davanti ai suoi occhi. Ogni anno che passa si porta via la sua voglia di essere lungimirante. L’ha fatto con fatica per così tanto e ora le piace gustarsi il piacere dell’illusione che tutto possa finire lì, in un campo visivo sempre più ristretto, che lasci fuori le cose di troppo, ciò che più non le serve, e che forse non le è mai servito. Smette di guardare solo quando sente il rumore alle sue spalle della porta che si apre e il fruscio della tenda che si sposta. L’usuale sorriso indulgente la fa accomodare, uno sguardo di ringraziamento rivolto alla pianta che tiene in mano, e poi il solito spazio libero del corridoio, i suoi passi corti e pesanti e la sua mano sulla maniglia argentata. Una volta la porta della stanza era sempre aperta e lei non aveva bisogno di premere il bottoncino all’interno della maniglia rotonda – ancora figure che contengono figure, ma senza spigoli stavolta – e di spingere. Ma da un po’ di tempo a questa parte, si ritrova a doverlo fare, ogni mattina che viene. La prima cosa che guarda quando è dentro è lo schienale del letto da ospedale, se è rialzato abbastanza oppure no. Le pare che Maria possa stare meglio, se è più alto. Cerca subito uno spazio sul piccolo tavolinetto stretto che corre lungo la parete di destra, vuole appoggiare l’orchidea che ha portato. Le sembra vuoto, ancora. C’era un tempo in cui non si trovava il posto per mettere fiori nuovi. Ora, la sua piantina rosa risalta sul bianco del muro, come una singola macchia di colore, caduta fuori per caso da un secchio di un imbianchino sbadato, di passaggio. Un po’ la inorgoglisce, un po’ la intristisce. Ma ha imparato che nella vita non tutti hanno la coerenza di riproporre gli stessi gesti, e lei è fiera di continuare a farlo, anche alla soglia dei novant’anni. Forse è proprio questo che la fa procedere con un velo di apparente solidità. La sveglia all’alba per i lavori di casa, la camminata a prendere il quotidiano ogni giorno, con qualunque condizione meteo, la spesa col nipote al supermercato, ogni due sabati. Le sue visite a Maria, che, ne è sicura, fanno bene a tutte e due. Portarle un fiore, anche, senza stancarsi di farlo.

Il mobile a mensole che sta di fianco al tavolinetto le sembra meno pieno, oggi. Le confezioni di garze, alte e bianche, come torri di castelli medievali. I pezzi di ricambio per l’apparecchiatura che la fa respirare. Le bottiglie di liquido disinfettante. I pacchi di cotone. I tubetti di creme. Tutt’intorno, quadretti con immagini familiari, foto ricordo incorniciate tempo addietro, quando non era nemmeno immaginabile che il loro scopo sarebbe stato quello di delimitare un’area medica in una camera divenuta in tutto e per tutto simile alle stanze numerate degli ospedali. Come cambia, a volte, la destinazione delle cose, nel corso di una vita. Si sofferma a pensare a questo, prima di volgere lo sguardo al posto occupato da Maria, al centro del letto. Ma è la luce che entra dalla finestra all’altro lato del muro, ad attirare la sua attenzione. Ha un perimetro ben preciso, che non è poi così lungo. Dentro, però, oggi pare starci tutto il sole del giorno, come se illuminare quell’angolo di pianeta fosse il suo unico scopo della giornata. Le pareti le sembrano più bianche, e perfino il grande armadio scuro, che di solito si tiene alle spalle perchè un po’ la mette in soggezione, perde un po’ della sua austerità, ricordandole d’improvviso la trasformazione della madre superiora del convento che frequentava da piccola quando, per brevissimi istanti, le sorrideva rivelando una bocca piena di denti chiari e un’immagine buona della vita, come un fiore in un prato scorto per caso e lasciato là, a vivere, senza essere colto. Si avvicina lentamente alla finestra e la apre, “Facciamo entrare un po’ d’aria fresca”, dice a bassa voce a Maria, senza guardarla, ancora. Le scappa un’infantile risata quando sente il rumore che la serratura fa, sotto le sue mani. Le ricorda i barattoli della conserva che da piccola faceva con mamma, quando dopo qualche settimana li apriva svitandone il tappo dorato e c’era sempre quel suono come di risucchio e lei si stupiva dell’aria che pareva essere imprigionata in un così piccolo contenitore di vetro. Ora l’aria che se ne sta fuori dalla finestra emette lo stesso suono, la sua voce è quella di chi vuole entrare, e se ne stava solo in attesa di poterlo fare. Le piace far mescolare i suoni degli uccellini che cantano in giardino con il bip della macchina che fa respirare Maria. Le sembra che i due rumori si parlino, e in qualche modo questo la rende felice, per un attimo. Ed è sicura che anche Maria lo è, anche se quegli uccellini non li vede più da vicino da tempo, oramai, ed è proprio per questo che vuole far entrare almeno la loro voce. Che vengano a salutarla.
Lo sguardo le si posa sul piccolo poggiolo a lato, di fuori. Ci sono delle scarpe messe a terra, e indumenti di vari colori appesi al filo bianco, ad asciugare. Questa parte della casa è quella che non si vede, salendo dalle scale. Immagina che Maria, quando ancora poteva sentire la consistenza leggera dell’aria sulla sua faccia mentre si accingeva a stendere il bucato, avesse scelto quel balcone proprio perchè da davanti non si scorgessero le maglie, i pantaloni e le camicie, perchè lei è un tipo riservato e di sicuro non le andava che i vestiti della sua famiglia fossero visti da chiunque. Le mamme sono così, proteggono il branco e non lo espongono, mai. Non dev’essere stato semplice per gli altri rinunciare al suono leggero dei passi di Maria che vagavano per le piccole stanze della casa. In quell’ambiente raccolto, ogni rumore rimane dentro, come se dovesse rigirare più volte per l’aria e rimbalzare qua e là, prima di trovare una propria connotazione. E’ sicura che proprio per questo motivo, la sua mancanza si senta di più. Perchè lo spazio vuoto dentro casa ora è tanto, mentre prima era riempito. Certo, c’è quella macchina che la fa respirare e che a suo modo parla. Ma a mancare, è la voce di Maria. Si può fare a meno di tutto, crede, quando ti manca una persona. Ma la sua voce è l’unica cosa che te la fa sentire vicina, anche quando vicina non è. Ricorda quei giorni che aveva voglia di sapere di lei, ma non di camminare fino a casa sua per vederla, perchè era stanca, magari, o perchè fuori faceva troppo freddo. Allora, alzava la cornetta del telefono e Maria le rispondeva. La sua voce era sempre severa, pensandoci le vengono in mente ancora quelle figure geometriche dei tempi della scuola. Un po’ ad angoli. Come sono le voci delle persone cresciute senza abitudine alle tenerezze. Però c’era, e a suo modo era una voce che sapeva sorridere. Ora, quella voce si è ritirata dentro la gola di Maria. Forse serve ad allietarle il corpo, che di sicuro soffre molto. Probabilmente è giusto così. Ma a lei manca. E anche alla casa, manca, ne è sicura.
All’inizio, quando si era accorta che non riusciva più a udirla perchè non uscivano più suoni da quella bocca, aveva portato un blocco di carta e una penna. Lei le parlava, come al solito, come sempre aveva fatto. E poi, come sempre era successo, le faceva delle domande. Come va oggi, hai visto che temporale ieri, hai bisogno che ti lavi il pigiama. Allora posava sul letto il blocco e aspettava che lei le rispondesse. Lo riprendeva, se lo rigirava tra le mani, infilava gli occhiali e leggeva la sua risposta. Li sfilava, rialzava lo sguardo e ricominciava a parlare come se niente fosse, come se quelle poche parole scritte avessero un loro suono, perchè ancora, allora, il suono della voce di Maria rieccheggiava nell’aria, dove aveva vissuto così a lungo, per anni, fino a poco prima. E così proseguiva la loro conversazione. Dopo qualche tempo, però, le mani della donna avevano iniziato a non muoversi più con facilità, e scrivere le era divenuto impossibile. Da allora, le loro conversazioni erano cambiate ulteriormente. La voce che girava libera per l’aria della stanza era solo una, ma ora erano gli occhi dell’altra, a parlare. Ciò che le labbra di Maria esprimevano, a vuoto, era sottolineato dai movimenti del suo sguardo. Dal niente, era come se quegli occhi avessero imparato mille modi nuovi per muoversi diversamente, a seconda delle parole che dovevano accompagnare. Lei ne era affascinata. Anche ora, ogni volta che viene, si ritrova a osservarli con particolare curiosità.
“Come andiamo oggi, Maria?” Così dicendo pone finalmente lo sguardo al centro del letto. Le pare ogni volta troppo grande, per una donna talmente minuta. Da quando è malata, le sue ossa hanno guadagnato spazio e si vedono di più. I capelli hanno lo stesso tono lucido della neve e la sua pelle ne ha preso i riflessi. A parte qualche tempo addietro, quando una mattina l’ha trovata tutta rossa in viso. Le hanno spiegato che era stata molto male e l’avevano portata all’ospedale, che forse il suo tempo stava finendo. L’aveva trovata cambiata, infatti. I suoi occhi parlanti avevano perso voce. E le mani erano immobili, come scolpite, appoggiate con cura ai fianchi, sopra le lenzuola. Attaccate al corpo. Ma era stato il colore della faccia a colpirla di più. Sembrava avesse la febbre alta, ma era fredda. Le guance avevano delle pennellate rosso rubino che non erano nemmeno sfumate. Messe lì, e basta. Il suo sorriso era lieve e appena accennato. Come se tutta l’energia che scorreva nel suo corpo si fosse riunita per colorarle gli zigomi in quella maniera malsana, lasciando inanimata ogni altra parte. Quella non era la Maria che lei conosceva. Se ne era andata da lì con un senso di vuoto e di sbigottimento, perchè le pareva che qualcosa fosse cambiata in maniera drastica, senza possibilità di tornare indietro. E lei era proprio stanca di accettare le cose che non si possono cambiare. Le era rimasto il magone per un bel po’ di giorni, nei quali spesso le era tornata in mente quella faccia rossa. Una sensazione che per un po’ le aveva impedito di rifare i diciotto gradini, perchè non voleva ritrovarsi davanti di nuovo a quell’espressione. Poi però, una notte l’aveva sognata, e allora era tornata. La prima volta, dopo allora, era stata accolta con molto stupore. Forse pensavano che ormai non sarebbe più venuta. “Mi manca Maria”, aveva detto entrando piano, dirigendosi verso il corridoio. “Anche a me”, le era parso di sentire, ma forse se l’era immaginato. A pensarci bene adesso, dev’essere stata quella la prima mattina in cui aveva trovato la porta della camera chiusa. Sì, dev’essere proprio così. O forse no? In ogni caso, non è importante. Ciò che davvero importa è che riesca sempre ad aprirla, quella porta. Anzi, uscendo poi chiederà il motivo per cui ora la tengono chiusa. E’ sicura che a Maria piaccia di più l’aria che circola. “Non è vero, Maria?”
Ecco che le succede di nuovo. Quando la guarda, la vede sfuocata. Come se ci fosse qualcosa davanti agli occhi che le impedisce di vederla bene, come la vedeva fino a poco tempo prima. Dovrà decidersi ad andare a farsi controllare dal suo dottore. Sa che potrebbe essere la cataratta, ma la cosa strana è che le capita solo quando guarda Maria, da un po’ di tempo a questa parte. Una volta non le succedeva. Ora, invece, è come quando vedi qualcuno e poi te ne vai via e non lo vedi più. Allora, quando con gli occhi ben strizzati spremi le meningi e cerchi di farti tornare in mente i lineamenti del suo volto, davanti ti viene un’immagine lontana, come tutta circondata da una nebbia fitta ma buona, quella che accompagna i ricordi più belli. Con Maria le capita proprio questo. Ce l’ha davanti, ora, stesa in mezzo a quel letto grande, i cuscini tutti stropicciati che hanno ormai l’impronta della sua nuca memorizzata dentro, gli occhi accesi e pronti a parlare, il sorriso gentile di chi sa essere indulgente nei confronti della vita, anche quando questa in qualche modo si dimentica di lui. “Eccola, la mia Maria, come stai oggi? Ti racconto il sogno che ho fatto, anche stanotte c’eri tu, e dal tuo letto mi sorridevi da lontano, sempre più lontano. Il tuo sorriso però, era diverso, come il canto di una sirena, mi stregava. Mi dava un senso di grande pace. E tu eri bella e serena, come non ti vedevo da tempo; avevi una luce chiara che assomiglia a quella che oggi entra dalla tua finestra, una luce che aveva il sapore della libertà. Non mi sembravi sofferente, non più. Poi, a un certo punto eri così lontana che diventavi sempre più piccola. E alla fine ti alzavi, stando sempre buttata sul tuo letto, come su un tappeto volante. E allora io levavo in alto la mia testa per seguirti con lo sguardo, non volevo perderti di vista, non volevo mi lasciassi sola… Ma dopo un po’ mi veniva la solita vertigine. E non ti vedevo più. Poi mi sono svegliata.”

MAGGIO 30, 2015

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FOTO ©IVANO MERCANZIN